Direi che Adriano Bozzolo, lombardo a scrigno essendo egli prealpino, sente e fa rivivere i suoi motivi rusticamente, sicché la loro " pelle " somiglia spesso alla scorza della lite o della quercia che abbia passato, resistendo con forza naturale, gli inverni e le estati, e sia diventata perciò ancora più scabra e rude.Si guardi infatti la superficie delle sue sculture; e poi si noti anche come a volte le gambe, ad esempio di certe ballerine o figure volanti, somiglino al ramo, o richiamino il tronco, abbiano una robustezza che a volte par contrastare con il resto del corpo; e si osservi quindi come la figura si accende d'improvvisa grazia e bellezza del volto, quasi a ricordare il fiore, il frutto: come se tutto il corpo-tronco, in corpo-stelo liberi per quella " forza verde che fa esplodere il fiore ".

Forse questo sentire le cose agrestemente ma anche agramente porta a una certa qual letizia ironica nel definirle, a una sorta di compiacimento che preferisce l'enunciazione ( o se si vuole la carezza) all'approfondimento; allo stato d'animo, di lavoro, di chi ascolti una musica, o la ripensi, anziché crearla; a uno stato di contemplazione cioè per cui l'immaginare di possedere e equivalga al possesso stesso, il sogno della realtà?  Questa può essere tuttavia una condizione anche psicologica ben capace di maturazione, ed atta a creare quella "composizione di luogo "in cui l'opera trovi il terreno adatto, l'atmosfera, a crescere perfetta, a liberarsi dal lento ritmo della nascita.Sì è accennato alla musica, anche perché sappiamo che Adriano Bozzolo ha studiato musica; sicché per lui la cadenza, il ritmo, lo scatto delle figure che modella hanno già un substrato, un humus e un dinamismo dalle leggi ben precise;il movimento, l’amo lenza, l’espressione sono in un certo senso la proiezione di una melodia, la materializzazione (per forza di cose più greve, data la " sordità " a punto della materia) di straordinari,  enigmatici e invisibili ( ma alle menti cogniti) arabeschi, di organi fantastici e lucenti che si insinuano o si posano per assecondare la fantasia e quindi le cose.Mi sembra anche evidente che Adriano Bozzolo sia passato e passi per una via tipicamente lombarda, come è evidente, in particolare in certi volti nudi di qualche anno fa, nell'amore per la materia come nella scelta dei motivi: il tutto però riportato con caratteristica, personale rudezza, senza nemmeno la malizia di nascondere, magari, compiacimenti che ha l'autore forse appaiono piacevoli e quindi non disprezzabili ( poiché anche in concerto più perfetto le sue zone d'ombra, di aspettativa, ce l' ha, eccome).  I motivi prediletti da Adriano Bozzolo, sono le figure femminili adolescenti, svelte per grazia e leggiadria, da sole o hanno date ( cioè in simplegma) in gruppi a ieri o danzanti, i cavalli, i ritratti spesso idealizzati nella bellezza lombarda, molle ad un tempo, come si sa, e maestosa.Da notare tuttavia come nei lavori dell'ultimo periodo Adriano Bozzolo si orienti, senza deviare da se stesso, verso una definizione astratta, al fine di esprimere con maggior forza e aderenza al nostro tempo quella che è la sua visione della realtà.Di sono poi i bassorilievi, a volta graffito, con figure fortemente geometrizzate e schematizzate.  Spesso queste figure sono intese come protagoniste di un accorato e casto " racconto della solitudine "; sono anzi essere stesse l'anima della solitudine, quasi a significare che l'artista li intende come note o melodie che si fanno materia, realtà trasfigurata.Ha scritto Eros Bettinelli che nell'opera di Adriano Bozzolo "è da sottolineare l'attesa scansione plastica delle figure di adolescenti.C'è una tensione che le rende vibranti come arti condotte all'estremo dalla flessione.Nei gruppi femminili le cadenze danzanti sono bloccati in un armonioso equilibrio geometrico che addolcisce la proiezione dinamica delle singole figure.Si percepisce in queste descrizioni umane un anelito spirituale, si sentono ragioni di un sondaggio rivolto alle stelle del non visibile ".E questo è giusto; come è giusto aspettarsi che questo riconoscimento, questa mostra cioè,sia di confronto e di spinta l’artista per nuovo profondi mento del suo mondo scultorea, come per l’eliminazione di tutto quello che la materia presenta.  Di “ sobrio “; per una vittoria, in conclusione, in quella battaglia continua che era l’arte a qualsiasi livello esser sia esercitata, in quella " via lunga " che " sospinge ", come si sa, che muove la mano e l'anima, mediante l'opera, alla costruzione di un mondo di grazia poesia.

 

 Enzo Fagiani


.

.

 
.