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Guttuso possiamo considerarlo un pittore che porta all’uomo un messaggio solare, un incanto che pare strappato alle bellezze della vita e dell’amore. I suoi colori, anche quelli che sviluppano scene d’interni, sono permeati da una luce e da una trasparenza che solo il sole, in determinate terre può produrre. Per questo ogni elemento che compone un quadro di Guttuso, emana una propria comunicazione, direi una propria emotività. Un fiasco di vino, una caffettiera, una gabbia, una seggiola, non diventano solo oggettivazioni a sé stante, ma emanano un “calore” che immediatamente si ricollega alla presenza umana, all’uso che serve, al momento psicologico, all’atmosfera che fu “bloccata” nell’ideazione esecutiva e globale dell’opera.
Un quadro di Guttuso che mi è rimasto particolarmente impresso, risale al 1952 e porta il titolo “Zolfatarello ferito”. Con il suo disegno incisivo, Guttuso ha impresso alla figura un senso tragico e rassegnato nel contempo, che non può fare a meno di portare alla critica sociale. La scarna carne di quel ragazzo, pare urlare con la stessa intensità di un “Cristo” in croce, le sue sofferenze e i suoi patimenti. Con la sua grande cesta piena di zolfo, egli, prosegue il suo cammino, portando nel sangue la sua secolare e schiacciante oppressione. Indubbiamente l’opera di Guttuso va meditata. Non è pura e sterile letteratura, ma uno scavare continuo fra le ingiustizie della società, l’immergere un bisturi affilato in una piaga putrida. Anche quando egli dipinge l’amore, vi è sempre un segno di protesta, di richiamo alla realtà delle cose e non alle sovrastrutture che vogliono bloccare o condizionare, anche le manifestazioni più belle della vita. Un esempio del suo discorso ci è dato dal quadro del 1970, “La visita”.
Con quest’opera l’artista ci porta fra una geometria di elementi che, mentre da una parte delimitano un messaggio formale e storico, dall’altra ci richiamano all’infinita presenza umana che si sviluppa solo dal “nudo”, che entra dalla porta, ma dalla figura maschile contrapposta, che non si vede, che forse si trova oltre i colori e le seggiole, del primo piano, ma che ugualmente nè “respiriamo” la presenza. Un altro quadro, composto da un solo oggetto, la “caffettiera”, evoca questi stati d’animo, queste sensazioni. E’ importante rilevare che, a mio parere, Guttuso non si compiace di raccontare un fatto obiettivo, o un asterisco di una situazione, ma ricollega tra loro ogni sua opera, in un a composizione unitaria e polemica.
Guttuso attraverso la sua pittura vuole narrarci i turbamenti che travagliano il suo animo in rapporto ai nostri tempi, gli impulsi che, anche se non fosse stato pittore, avrebbe denunciato alle genti con qualsiasi mezzo. E questo, solo un grande “spirito” lo può fare.
Giuseppe Ambrosini –1972
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